Maremma Toscana e Laziale |
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Il brigante Tiburzi
Domenico Tiburzi, il più celebre brigante della Tuscia e della Maremma, nacque a Cellere il 28 maggio 1836 e morì, ucciso in un conflitto a fuoco con i Carabinieri, il 23 ottobre 1896. Questi i 10 comandamenti che Piero Bargellini gli ascrive: Io sono Tiburzi, brigante maremmano. Comandamenti, però, che valevano per gli altri e non per sé stessi. Ci sono due chiavi di lettura del personaggio. C'è un mito romantico e popolare, dell'uomo che vivendo alla macchia fa la giustizia (la sua giustizia) anche contro la legge, e ve ne è una più realistica del criminale brutale che si macchia dei crimini più orrendi per imporre il proprio potere (che oggi diremo forse di tipo "mafioso") sul territorio. Uccise per la prima volta nel 1867 Angelo del Buono, un povero guardiano colpevole di avergli contestato un furto d'erba da pascolo; lo freddò con una fucilata. Tiburzi fu condannato a 18 anni di carcere (con le attenuanti!) dal tribunale di Civitavecchia ed inviato ad espiare la condanna alle saline di Tarquinia, dove conobbe uno dei suoi futuri compagni di scorribande, Domenico Biagini. Tiburzi evase 3 anni più tardi, seguito a breve distanza (secondo alcune fonti, assieme) al Biagini e si dette alla macchia aggregandosi con il Biagini stesso alla banda capitanata da David Biscarini. Il Biscarini morì poi in un conflitto a fuoco con i carabinieri, e sulla testa di Tiburzi fu messa una taglia di ben diecimila lire. Tiburzi non odiava i carabinieri, che considerava dei poveri "figli di mamma", quanto le spie ed i delatori che era pronto a colpire con la sua giustizia talvolta anche per il solo sospetto, come quando assieme a Luciano Fioravanti, altro compagno di brigantaggio, nel 1890 uccise pubblicamente il fattore Raffaele Gabrielli reo di non averlo avvertito della presenza delle forze dell'ordine.
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